Fine dei patti di sindacato, (se reale) una grande opportunità per l’economia italiana

Posted on 8 novembre 2013

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Con la comunicazione di giovedì 31 ottobre, relativa allo scioglimento del patto di sindacato di Pirelli, che controllava il 31,8% della società, sembrerebbe che l’era dei “salotti buoni” che da oltre trent’anni controllano l’economia italiana si stia finalmente avviando a conclusione. Prima di Pirelli erano stati sciolti gli accordi tra gli azionisti di RCS Mediagroup (che controllava il 58,3% della società ed i cui principali partecipanti erano Fiat, Mediobanca, Italmobiliare, Generali, Pirelli, Intesa Sanpaolo, Sinpar e Gemina) e Telecom Italia (con la graduale uscita di Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca dalla holding di controllo Telco, a favore dalla spagnola Telefonica). Anche la madre di tutte le alleanze, quella che da oltre 50 anni controlla Mediobanca, ha recentemente subito un forte ridimensionamento, con l’uscita delle partecipazioni dirette della francese Groupama, di Generali, Fondiaria-Sai (perché acquisita da Unipol), Poligrafici Editoriale (a febbraio) e prima ancora, ad ottobre 2011, del patron di Tod’s Diego Della Valle (che ad aprile 2012 è uscito anche dal patto di RCS, in forte polemica proprio con Mediobanca e Fiat), del gruppo tessile Ratti e dei soci esteri Commerzbank, Santander e Sal. Oppenheim. Per la verità, Generali e Fondiaria-Sai restano nel patto attraverso la partecipazione alla finanziaria Fin.Priv. srl, che include anche Fiat, Italmobiliare, Pirelli e Telecom Italia. Ad ogni modo, il gruppo di controllo di Mediobanca si è notevolmente ridotto negli ultimi due anni, passando dal 45% di ottobre 2011 all’attuale 30%, ovvero la soglia minima prevista dall’accordo per il suo rinnovo biennale.

Un duro colpo era già stato sferrato a luglio 2012, quando il costruttore romano Pietro Salini era riuscito a sottrarre il controllo di Impregilo ad uno dei principali esponenti dei “salotti”, il Gruppo Gavio, grazie alla prima vera proxy fight su una large-cap italiana. Il declino dei patti è però diventato realtà solo all’inizio di quest’anno, con l’approvazione del piano strategico di Generali, uno dei fulcri nevralgici dell’intero sistema. Il 14 gennaio 2013, il neo-nominato CEO del gruppo assicurativo triestino, Mario Greco, dichiara inequivocabilmente che il compito di Generali “non è quello di fare l’azionista strategico”, ma di focalizzarsi esclusivamente sul core business assicurativo. Finalmente, a giugno, la fine del “sistema” entra anche nel piano strategico di Mediobanca, che prevede l’uscita dai patti di Telco (Telecom Italia) e di RCS, e la riduzione della partecipazione in Generali (dal 13% al 10%) entro il 2016.

Le origini del “salotto”

La storia ultracinquantenaria dei patti parasociali italiani nasce proprio in Mediobanca, nel 1958, quando le banche fondatrici Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), Credito Italiano e Banco di Roma (entrambe confluite poi in UniCredit) si aggregarono con i principali partner della prima merchant bank italiana (Lazard, Lehman Brothers, BHF e Sofina) per costituire un blocco azionario di controllo. Trent’anni più tardi, nel 1988, il patto perde la sua connotazione prettamente finanziaria, con la riduzione del possesso delle banche fondatrici a favore dei principali gruppi industriali italiani. Nasceva formalmente il “salotto buono”, il cui focus non è più garantire la stabilità della merchant bank, ma dell’intero sistema, grazie ad un intreccio di partecipazioni reciproche e spesso mutualistiche: l’obiettivo dell’investimento non è più il ritorno economico o la creazione del valore, ma garantirsi reciprocamente un azionariato stabile al riparo di qualsivoglia attacco esterno. Prendendo in considerazione solo le società quotate italiane, al settembre 2012 i pattisti di Mediobanca erano direttamente o indirettamente collegati da partecipazioni incrociate in almeno altri 65 emittenti, ovvero oltre un quarto dell’intero listino. Se si prendessero in considerazione anche le partecipazioni non rilevanti ai fini delle comunicazioni Consob e quelle in società non quotate, si riuscirebbe probabilmente a coprire una fetta impressionante del tessuto economico italiano.

Lo scopo originario del sistema di patti di sindacato era sicuramente nobile, soprattutto se inserito in un sistema finanziario particolarmente debole, come quello italiano, consentendo di stabilizzare gli assetti proprietari, e quindi la gestione di molteplici società, in una situazione di scarsità di capitali: l’azionista di controllo può ridurre la propria partecipazione, smobilizzando così capitali importanti, garantendo comunque la continuità della gestione grazie ai nuovi soci che aderiscono al patto di sindacato.

La condizione necessaria affinché l’accordo parasociale possa creare efficienza, è che tutti i partecipanti siano mossi da forti interessi nella specifica società. La distorsione nasce invece quando l’adesione al patto è mossa da interessi completamente estranei all’efficiente gestione societaria, ma è guidata pressoché esclusivamente dalla necessità di far parte di un sistema di relazioni economiche e politiche forti, che potranno poi essere utili per le proprie aziende. In pratica, le relazioni tra azionisti non nascono più con l’obiettivo di garantire la stabilità delle singole società, ma per garantire la stabilità delle relazioni stesse, a tutela di interessi esterni spesso di natura esclusivamente politica.

I motivi del declino

Un sistema relazionale basato esclusivamente sull’autoconservazione e sulla difesa di interessi collaterali era inevitabilmente destinato a creare inefficienze, con la conseguente distruzione di valore per l’intero sistema capitalistico-industriale italiano. La lunghissima crisi finanziaria di questi anni, che tarda ancora a vedere una fine reale, ha reso drammaticamente evidente tale distruzione di valore, portando anche al collasso alcuni dei gruppi fortemente inseriti nel sistema di potere relazionale, come il gruppo Fondiaria Sai dei Ligresti.

Per la prima volta non è stato possibile nascondere le inefficienze grazie ad aiuti pubblici o a riorganizzazioni interne del sistema. L’ultimo disastroso tentativo è miseramente fallito con i “capitani coraggiosi” dell’Alitalia, ma anche con le tante, improvvisate e fallimentari, proprietà che si sono succedute in Telecom Italia. Ma di esempi simili se ne contano a decine nella recente storia del capitalismo italiano.

Le enormi perdite subite a causa della partecipazione al “sistema” hanno portato molti dei suoi attori principali ad un alleggerimento delle proprie quote, seppure con colpevole ritardo, fino allo scioglimento di alcuni patti fino a pochissimo tempo fa decisivi per la tenuta del sistema stesso. Solo per quanto riguarda Telco, l’azionista di maggioranza relativa di Telecom Italia, i tre soci italiani Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca (due banche ed una compagnia assicurativa, i cui interessi in una società di telecomunicazioni non hanno ovviamente nulla a che vedere con i propri core business) hanno dovuto svalutare le proprie partecipazioni di oltre 1,3 miliardi di euro negli ultimi due anni. Si può facilmente immaginare l’insostenibilità di un tale sistema di partecipazioni incrociate, in cui perdite ed inefficienze si trasmettono tra i partecipanti come veri e propri virus.

È ancora troppo presto per sancire la fine definitiva del capitalismo relazionale, in quanto sono ancora tantissimi gli interessi in comune degli (ex?) partecipanti dei vari “salotti”. Il rischio al momento è che si tratti solo di riposizionamenti e ritirate strategiche: ad esempio, se è vero che il patto che controllava Pirelli si è sciolto, è pur vero che un nuovo patto è stato creato nella società che controlla Camfin, maggiore azionista di Pirelli con il 26,2%, cui partecipano i soliti noti (Tronchetti Provera, UniCredit ed Intesa Sanpaolo, insieme al fondo Clessidra).

Se invece fosse tutto vero, significherebbe che la crisi del sistema economico italiano ha portato almeno ad un risultato positivo (l’unico, finché la politica continua nel suo immobilismo): le principali aziende potranno finalmente liberare le risorse finanziarie (o almeno quello che ne resta) finora immobilizzate nell’autodifesa del sistema per concentrarsi sui propri rispettivi core business. Se questo processo fosse reale, e non dettato solo da una scarsità di risorse nel breve periodo, si potrebbe addirittura pensare ad una finanza italiana “normale”, finalmente aperta al confronto con il mercato, in cui le aziende gestite efficientemente e che creeranno valore potranno sopravvivere anche in assenza di azionisti di controllo e di “salotti” più o meno buoni.

Si veda anche:

Rcs, Telecom, Mediobanca dopo la fine dei patti i salotti in cerca di governance – Giovanni Pons, la Repubblica, 4 novembre 2013

Italan business: No way back – Rachel Sanderson, Financial Times, 20 agosto 2013

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