Pubblicato il 7° rapporto di Ethos sulle remunerazioni in Svizzera: il confronto con l’Italia

Posted on 18 settembre 2012

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Ethos Services, partner del network ECGS, ha recentemente pubblicato il settimo rapporto annuale sulle remunerazioni dei dirigenti delle 100 principali società quotate svizzere. Lo studio evidenzia un calo del 6% nelle remunerazioni del 2011 rispetto all’anno precedente. Il dato, però, è fortemente condizionato dal settore finanziario, dove gli amministratori hanno visto crollare i propri compensi di ben il 23%, contro un incremento del 5% negli altri settori. Inoltre, la riduzione ha colpito in maniera preponderante i Presidenti non esecutivi, che hanno visto crollare i propri introiti del 17% nel 2011 (attestandosi a 1,12 milioni di franchi svizzeri, circa €920.000). Gli Amministratori Delegati hanno “sofferto” una riduzione decisamente inferiore (-6%) dei compensi, che si sono attestati a 3,75 milioni di franchi, corrispondenti a circa €3,1 milioni ai cambi di fine anno.

I colleghi di Ethos individuano nel “say-on-pay”, ovvero nel rimettere le remunerazioni all’approvazione assembleare, uno dei fattori maggiormente benefici per il contenimento dei costi aziendali assorbiti dal top management. In Svizzera, il voto sulle politiche retributive non è obbligatorio né vincolante. Meno della metà degli emittenti analizzati (49) l’ha incluso nell’agenda assembleare del 2012, ottenendo il 14,4% di voti contrari (in leggero aumento rispetto al 2011). Nonostante la sua scarsa applicazione, la sola possibilità di un maggior controllo da parte degli azionisti sembrerebbe aver migliorato notevolmente la trasparenza e la struttura dei compensi degli amministratori, incentivando le società ad un più aperto e proficuo dialogo con gli investitori.

Il confronto con l’Italia

Per consentire un confronto coerente con i dati rilevati in Italia da Frontis Governance nel maggio scorso, relativi a 38 società del FTSE MIB, possiamo isolare i dati di 44 società svizzere a maggiore capitalizzazione, appartenenti agli indici SMI e SMIM.

  • Nel campione ristretto a 44, gli Amministratori Delegati svizzeri hanno subito una riduzione del 9% dei compensi, mentre i massimi dirigenti delle società italiane a maggiore capitalizzazione hanno visto aumentare i propri compensi complessivamente del 15,4%.
  • Le remunerazioni medie dei CEO italiani hanno raggiunto €3,27 milioni nel 2011, ancora inferiori ai circa €3,9 milioni dei colleghi svizzeri (precisamente 4,77 milioni di franchi svizzeri).
  • La struttura retributiva è pressoché la medesima nei due paesi, con il 60% circa rappresentato da bonus ed incentivi, mentre il fisso ha pesato per il 40% dei compensi complessivi.
  • La forte differenza nel trend dei compensi è dovuta alle componenti variabili, che dovrebbero essere legate ai risultati raggiunti e che sono cresciute del 45% per i CEO italiani (contro una riduzione del fisso dell’11%), mentre risultano in calo per i colleghi svizzeri.
  • Un dato significativo riguarda il settore finanziario, che ha subito particolarmente la crisi nel corso del 2011, soprattutto in Italia: mentre i massimi dirigenti bancari italiani hanno visto i propri compensi mediamente stabili nel 2011 a €2,19 milioni (+1%), ancora molto inferiori a quanto percepito dai colleghi svizzeri (circa €3,37 milioni), che hanno però subito un calo di ben il 26%.
  • Il differente trend dei compensi si è verificato nonostante performance decisamente peggiori per le società finanziarie italiane: nel 2011 il Total Shareholder Return (ovvero il valore creato per gli azionisti, dato dall’andamento del titolo ed i dividendi pagati) è risultato pari a -31,3% in Italia, contro il -16% registrato dai peers svizzeri.
  • Il differente livello di compensi fissi potrebbe essere spiegato dalle differenti dimensioni delle società finanziarie italiane e svizzere, la cui capitalizzazione di borsa è mediamente del 40% superiore (€12,9 contro €7,7 miliardi).

Come è stato correttamente evidenziato dai colleghi di Ethos, consentire agli azionisti di esprimersi sulle politiche retributive può di per sé avviare un circolo virtuoso tendente al miglioramento della trasparenza e della struttura delle retribuzioni stesse. In effetti, i livelli di trasparenza delle remunerazioni corrisposte in Italia sono tra i più elevati in Europa (grazie alle nuove previsioni regolamentari), ma alla maggiore trasparenza non è corrisposto un generale adeguamento delle politiche retributive, ancora caratterizzate da incentivi scarsamente correlati con i risultati conseguiti.

Le forti differenze tra le politiche retributive non trovano poi un riscontro nel comportamento assembleare degli azionisti, che hanno evidenziato livelli di dissenso addirittura inferiori in Italia, pari al 12,6% dei votanti (incluse le astensioni) contro il 14,4% nelle assemblee svizzere.

Come si può spiegare una tale differenza nel comportamento assembleare, che dai dati esposti sembrerebbe decisamente paradossale? Probabilmente, oltre che nella maggiore concentrazione della proprietà in Italia, la causa può essere ricercata nella differente composizione dell’azionariato attivo. Mediamente, oltre due terzi degli azionisti di minoranza presenti nelle assemblee italiane sono grandi fondi stranieri. Tale categoria di investitori, che devono seguire migliaia di emittenti, fanno necessariamente riferimento (internamente o tramite advisors internazionali) a guidelines di voto molto rigide, spesso fortemente orientate a valutare più gli aspetti formali e legati ai requisiti di trasparenza dei report sulle remunerazioni, che non all’applicazione effettiva delle politiche retributive. Se consideriamo che le relazioni sulle remunerazioni italiane sono tra le più trasparenti in Europa, ecco spiegato il paradosso che vuole le politiche retributive italiane più “apprezzate” dagli azionisti votanti, nonostante continuino a non rispettare il principio fondamentale dell’allineamento degli interessi del management con gli azionisti stessi nel lungo periodo.

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