La “primavera degli azionisti” tarda ad arrivare in Italia, ma qualcosa sta cambiando

Posted on 28 giugno 2012

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La “primavera degli azionisti” sembrerebbe in deciso ritardo in Italia, grazie alla struttura proprietaria ancora fortemente concentrata, ad una sostanziale passività degli attori ed alla natura ormai di mercato periferico per i grandi investitori internazionali. Nel corso della stagione assembleare appena conclusa non si sono infatti verificati casi eclatanti di dissenso, o almeno così sembrerebbe leggendo i verbali: remunerazioni, piani di incentivazione e acquisti di azioni proprie (spesso a servizio degli incentivi) hanno ottenuto consensi medi prossimi al 90% nelle assemblee delle società del FTSE MIB. Nel solo caso di Impregilo le remunerazioni sono state bocciate (51,7% tra voti contrari e astenuti), ma a causa della battaglia industriale in corso con l’azionista e competitor Salini più che del reale peso degli azionisti di minoranza. In altri 5 casi i voti contrari e le astensioni hanno superato il 20%, senza però sortire effetti rilevanti: Fiat Industrial (38,4%), Telecom Italia (31,9%), Finmeccanica (31,2%), Fiat (26,7%) e Saipem (20,3%). Una lettura più attenta dei verbali potrebbe evidenziare come in diversi casi siano solo gli azionisti di controllo che votano a favore, ma comunque il risultato finale non cambia.

Si potrebbe obiettare che non è sempre necessario arrivare a “battaglie assembleari”, la semplice voce del dissenso può portare le società ad allineare maggiormente gli interessi del management con gli interessi degli azionisti. Stando ai comunicati di alcuni grandi emittenti, sembrerebbe effettivamente così: tra gli altri, hanno annunciato un taglio dei compensi A2a, Banca MPS ed Intesa Sanpaolo. Tutti gli annunci riguardano però i compensi degli Amministratori non esecutivi, quelli votati direttamente dagli azionisti, non le politiche remunerative del top management, che pesano di più sulle casse societarie e comportano maggiori rischi operativi (spesso il top management è premiato indipendentemente dai risultati conseguiti, disincentivando di fatto la creazione di valore nel lungo periodo). Su questo tema si sono espressi il Tesoro e la CDP, che hanno richiamato le partecipate Eni, Finmeccanica e Terna ad un maggiore rigore nei compensi, salvo poi votare favorevolmente alle stesse politiche retributive criticate.

Al di là degli esiti assembleari e degli annunci, qualcosa sembra però iniziare a muoversi anche in Italia, dove ECGS è ancora una volta in prima fila. Già prima della stagione assembleare, il network europeo ed il partner Frontis Governance hanno sollevato il problema dei compensi eccessivi e totalmente slegati dai risultati. La lettera inviata a gennaio al CdA di UniCredit, in cui si chiedeva il rimborso dell’indennità in eccesso corrisposta all’ex-AD Alessandro Profumo, ha rappresentato forse il primo vero caso di engagement sulle remunerazioni nel mercato italiano.

Anche durante la stagione assembleare si è alzata qualche voce di forte dissenso, soprattutto grazie al fondo Amber Capital, da sempre particolarmente attivo nelle assemblee italiane. Durante l’assemblea di Parmalat ha contestato fortemente l’acquisizione di Lactalis USA (che ha dato vita al paradosso per cui la controllata compra un pezzo della controllante…) votando contro il bilancio e presentando una propria lista per il CdA. Sempre Amber ha denunciato presunte irregolarità nelle operazioni con parti correlate al Collegio Sindacale di Fondiaria-Sai e, con oltre il 5% del capitale, svolgerà probabilmente il ruolo di ago della bilancia nella battaglia su Impregilo tra Salini ed il Gruppo Gavio.

Purtroppo sono ancora casi isolati, che coinvolgono un numero limitato di soggetti e che non si sono tradotti in nessuna vera “rivoluzione assembleare”. Ma se è vero che una rondine non fa primavera, sicuramente è un segnale che il tempo sta cambiando: anche se relativamente pochi, i dissensi sono molto rumorosi e prima o poi spingeranno anche il nostro mercato ad interrogarsi, al di là degli enormi conflitti di interesse che ancora lo governano, sull’opportunità di incentivare realmente la creazione di valore nel lungo periodo.

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