Gli azionisti fanno sentire forte la propria voce. Forse è ancora presto per la “primavera”, ma qualcosa sta davvero cambiando

Posted on 22 giugno 2012

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La stagione assembleare 2012 è già stata ribattezzata come la “primavera degli azionisti”. Al di là del contestabile parallelismo con le rivolte che hanno scosso molti Paesi arabi, e che hanno risvolti umani e sociali ben più gravi, in molti trovano che vi sia una maggiore valenza giornalistica che aderenza alla realtà in tale definizione. Sul mercato americano, il professor Luigi Zingales ha trovato più opportuno un parallelo con la rivolta di Piazza Tiananmen, evidenziando come gli ostacoli legislativi e le contromisure delle corporations abbiano poi di fatto quasi annullato gli effetti del dissenso degli azionisti. Ancora, una ricerca dello studio legale Davis Polk & Wardwell, riportata dalla Reuters in un articolo dell’8 giugno scorso, evidenzia come solo nel 2% dei casi le remunerazioni del top management siano state effettivamente bocciate dagli azionisti, mentre nel 90% dei casi i voti favorevoli hanno superato il 70%. Anche in Gran Bretagna, dove il termine shareholders’ spring è stato coniato, non sono pochi i disillusi: secondo un articolo di Joel Dimmock, pubblicato sul blog di Reuters Global Investing, analizzando 63 assemblee delle società del FTSE100 si nota come i dissensi sulle remunerazioni del management siano aumentati di appena 0,2% nel 2012, dall’8% all’8,2%.

Stando ai risultati delle votazioni, come numero complessivo di voti contrari e risoluzioni bocciate, effettivamente la “primavera” sembrerebbe ancora lontana, ma è innegabile che il dissenso verso i top managers sta diventando sempre più rumoroso, con conseguenze reali che assumono spesso contorni eclatanti. Le dimissioni del CEO di Aviva, a seguito del fortissimo scontento degli azionisti sulla sua gestione della grande assicuratrice britannica (sfociato nella bocciatura dei relativi compensi), il 55% di voti contrari alle remunerazioni del CEO dell’americana Citigroup, tra le banche più grandi al mondo, il 60% di contrari all’aumento dei compensi del CEO di WPP, la più grande agenzia pubblicitaria al mondo, le dimissioni del numero uno del colosso farmaceutico AstraZeneca e le forti critiche degli investitori istituzionali ai bonus di Barclays non possono non rappresentare un segnale che almeno qualcosa stia cambiando, se non altro per la rilevanza dei soggetti coinvolti.

Sempre secondo Richard Sandler, autore dell’analisi di Davis Polk & Wardwell, sempre più azionisti fanno riferimento alle raccomandazioni dei proxy advisors, portando gli emittenti ad un necessario confronto con tali realtà e quindi ad un graduale adeguamento a quelle che sono considerate le best practice internazionali. Forse è vero che il paragone con la “primavera araba” non è opportuno, ma è altrettanto vero che stiamo assistendo a dei primi inequivocabili segnali che qualcosa sta cambiando, anche nel governo delle società quotate.

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