Aumento di Capitale UniCredit: una strada senza uscita per gli azionisti

Posted on 5 gennaio 2012

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All’assemblea Unicredit del 15 dicembre scorso, il Consiglio di Amministrazione ha proposto ai suoi azionisti di approvare un aumento di capitale a pagamento di massimi €7,5 miliardi da realizzarsi attraverso l’offerta in opzione di nuove azioni. Un rafforzamento del capitale era effettivamente necessario, considerando le richieste dell’EBA (European Banking Authority) ed i risultati evidenziati nel terzo trimestre da  Unicredit, con €10,16 miliardi di svalutazioni degli investimenti. Considerando le altre misure proposte e da realizzare, Frontis Governance ed ECGS avevano criticato l’ammontare richiesto nell’analisi dell’Agenda, stimando una diluizione potenziale superiore al 45% per gli azionisti attuali e che un ammontare massimo di €5/5.5 miliardi sarebbe stato sufficiente per rispettare i nuovi requisiti di capitale. Alcuni analisti avevano mostrato le stesse preoccupazioni: già a novembre Intermonte valutava le dimensioni dell’aumento eccessive ed esprimeva preoccupazioni sulla possibilità di utilizzare il capitale in eccesso per ulteriori acquisizioni (Il Sole 24 Ore Radiocor, 14 Novembre 2011). Ad ogni modo, l’assemblea degli azionisti ha approvato l’incremento con ben il 97% di voti favorevoli.

Il 4 gennaio, il CdA di Unicredit ha comunicato i termini effettivi dell’operazione, che avrà inizio lunedì 9 gennaio: ogni azionista di Unicredit potrà sottoscrivere 2 nuove azioni, ad un prezzo di €1,943 ciascuna, per ogni azione posseduta; saranno quindi emesse 3,86 miliardi di nuove azioni, contro le 1,93 miliardi di azioni attualmente in circolazione. Il numero di azioni sarà quindi triplicato ed il prezzo di sottoscrizione sarà del 69% inferiore alla chiusura del 3 gennaio (€6.33): sono condizioni favorevoli agli azionisti di lungo periodo? Secondo il nostro punto di vista, assolutamente no per una semplicissima ragione: gli azionisti attuali di Unicredit non possono fare altro se non sottoscrivere le nuove azioni, in caso contrario il loro diritto al dividendo sarà diluito del 67% e si troveranno con azioni il cui valore sarà verosimilmente ben al di sotto degli €6.33 (le azioni Unicredit sono già crollate del 14,5% il giorno stesso dell’annuncio chiudendo a  €5,415 il 4 gennaio).

Chiaramente gli amministratori di Unicredit erano coscienti del bassissimo appeal dell’operazione, così hanno deciso per condizioni tali da forzare la sottoscrizione degli azionisti. Ma se il sentimento del mercato era tale e percepito dalla banca e se critiche erano state già espresse da alcuni analisti, perché il 97% degli azionisti votanti ha approvato l’aumento?

È chiaro che l’incremento del capitale era necessario, e che la proposta sarebbe dovuta comunque passare, ma un maggior livello di opposizione avrebbe almeno mandato un chiaro messaggio al management: attenzione che d’ora in poi monitoreremo ogni vostra decisione. Un messaggio di cui c’è un assoluto bisogno, considerando la continua distruzione di valore per gli azionisti: €9,3 miliardi di perdite nette nel terzo trimestre 2011 (dovuti alle acquisizioni effettuate nel recente passato), €36,5 milioni di “incentivo all’uscita” pagati nel 2010 all’ex Amministratore Delegato Profumo (responsabile di tali acquisizioni), 60% di perdita di valore del titolo nel 2011, €14,5 miliardi richiesti agli azionisti negli ultimi tre anni. Un maggiore confronto con il management ed un’analisi più attenta delle risoluzioni da parte degli azionisti istituzionali e dei loro advisor erano decisamente necessari.

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